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Abe rilancia il Giappone

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#1 adamo

adamo

    Samurai 侍

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Inviato 13 May 2013 - 01:28 PM

L’ascesa della Cina potrà averla offuscata, e a tratti sarà anche sembrata una eclissi, ma la capacità di seduzione culturale del Sol Levante non è mai tramontata. Le icone del Giappone erano soft power già prima della definizione del soft power: quello che la Repubblica Popolare tenta di costruire a tavolino, con dispendiose pianificazioni, a Tokyo è normale. E dal composito universo della letteratura e dei fumetti manga a scrittori autenticamente globali come Banana Yoshimoto o Haruki Murakami, fino all’onnipresenza del sushi, c’è un made in Japan che si irradia da sé. Senza negarsi, in più, una rivincita paradossale rispetto alla potenza arcirivale: se per scrittura, buddhismo, cultura del tè l’arcipelago nipponico è debitore nei confronti della Cina, la cultura pop giapponese modella a sua volta quella cinese, tra videogame, moda di strada, l’attrazione per il bisturi che arrotonda gli occhi (genere nel quale, tuttavia, i sudcoreani battono tutti). Addirittura con estremi di inconsapevole malizia, alla luce del contesto di tensioni fra i due Paesi: mentre si litiga sulle isole Diaoyu/Senkaku, pare uno sberleffo, ad esempio, che prioprio a Pechino l’Accademia centrale di Belle arti (Cafa), magnifica struttura, sia firmata dal giapponesissimo Arata Isozaki.

IL MOVIMENTO GUTAI E GLI ARCHITETTI La vivacità creativa della Cina oggi è fuori discussione, ma la lunga esposizione del Giappone all’Occidente dà i suoi frutti. Gli ultimi mesi, quando a Tokyo la cura Abe ha cominciato a fare effetto almeno sul piano psicologico dopo anni di depressione, non hanno mancato di segnalare la tenuta di una certa aura nipponica. In marzo Toyo Ito è stato il sesto giapponese (ma due erano in coppia) a ottenere il Pritzker Prize, considerato il Nobel dell’architettura, sigillando una sequenza inaugurata nell’87 da Kenzo Tange e nella quale compare anche un altro celebre disseminatore globale di Giappone, Tadao Ando (1995). A febbraio, invece, il museo Guggenheim di New York aveva inaugurato «Gutai: the Splendid Playground», presentata come un’epocale, «pionieristica prima mostra mai realizzata in Nord America» sull’avanguardia artistica che segnò il Giappone del dopoguerra (1954-1972) e che oggi guadagna le attenzioni dei collezionisti. Un anno fa — altro esempio — la Tate Modern di Londra si era popolato delle creazioni di Yayoi Kusama, una artista che trasmigra da un museo all’altro con vistosa e trionfale leggerezza, e la stessa virale ubiquità dimostrano fra gli altri Takashi Murakami o le bimbe arcigne di Yoshitomo Nara.

SCRITTORI E CINEASTI C’è tutto un ampio sostrato di tenaci erotismi (dall’«Impero dei sensi» del compianto Nagisa Oshima in poi) e di variegati spaventi (dai vari Godzilla che sublimavano lo shock nucleare di Hiroshima e Nagasaki fino all’ultimo arrivato nei nostri cinema, «Confessions» di Tetsuya Nakashima). Il recente recupero della «Kiki» di Hayao Miyazaki sancisce che i cartoon di livello sono ormai classici contemporanei così come Mario, personaggio di un gioco Nintendo, è ormai un termine gergale senza confini. E c’è una scrittura alta che non scompare dagli scaffali dell’Occidente. L’esistenza vissuta come opera d’arte di un Yukio Mishima, le minuzie psicologiche di Yasunari Kawabata, la sensualità di Junichiro Tanizaki sembrano avere all’estero una presa costante che neppure il sommo cinese Lu Xun pare sapersi garantire, così come il Nobel a Mo Yan dell’anno scorso non basta a pareggiare i conti con la doppietta di Kawabata (1968) e di Kenzaburo Oe (1994). Banana Yoshimoto, a partire da «Kitchen», ha colonizzato immaginario e scritture, facendo del suo stile apparentemente elementare un modello capace di reggere a ogni metamorfosi. Più caldo ancora il caso di Haruki Murakami, che di Banana sembra aver preso il ruolo di testimonial. «1Q84» da libro si è trasformato in un fenomeno senza frontiere e la conferenza di lunedì scorso a Kyoto (la prima in Giappone in 18 anni), con i suoi 500 posti estratti a sorte tra gli aspiranti spettatori, ha ingolosito i fan di Murakami, che pure nel recente passato non si era negato a platee americane. Sa toccare le corde sensibili, il maratoneta dilettante Murakami: il suo saggio appena pubblicato dal New Yorker sulla corsa di Boston, città dove visse, ha mostrato una reattiva di sintonia con il suo pubblico.

MODA E PALLONE La campionatura della stabile presenza nipponica nei gusti di noi occidentali può proseguire. Il pianista Lang Lang inorgoglisce la Cina, ma il direttore Seiji Ozawa è già un classico. Prima o poi gli stilisti cinesi raggiungeranno i vertici della moda internazionale, ma per ora Yohji Yamamoto e Issey Miyake sono più famosi di loro. E sono i calciatori giapponesi, da Hidetoshi Nakata all’interista Yuto Nagatomo, a trovare spazio nei club occidentali, non i cinesi, mentre la nazionale del Sol Levante è campione d’Asia, facendo struggere gli appassionati della Repubblica Popolare (un solo Mondiale, zero punti e zero gol fatti, 2002), consci di quanto il calcio giovi all’appeal globale. Coraggio, però: col pallone persino il nippo-glamour non basta ancora a se stesso.

Fonte leviedellasia.corriere.it http://leviedellasia...-ne-ha-bisogno/
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