Salta al contenuto


Foto

L'America diventa giapponese?

america economia

  • Connettiti per replicare
Nessuna replica nella discussione

#1 adamo

adamo

    Samurai 侍

  • Utente
  • PuntoPuntoPuntoPuntoPunto
  • 1791 Messaggi

Inviato 04 February 2014 - 06:41 AM

C'era un tempo, verso la fine degli anni 80, in cui il Giappone, agli occhi degli economisti, sembrava destinato a un radioso futuro. Gli esperti di cose economiche vedevano un chiaro vantaggio competitivo del Paese del Sol Levante rispetto alle economie del Nord Atlantico, in un'ampia gamma di settori industriali ad alta precisione che producevano in serie merci scambiabili.
 
Vedevano anche un'economia che da quando era cominciata la ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, aveva registrato una crescita sensibilmente superiore a quella delle economie europee. E vedevano un'economia che cresceva molto più in fretta di quanto crescessero le economie del Nord Atlantico quando avevano gli stessi livelli di produttività generali, sia in senso assoluto che relativo.
Alla fine degli anni 80, nessuno sembrava dubitare che il processo di meccanizzazione, informatizzazione e robotizzazione sarebbe andato avanti. Le pressioni politiche ed economiche avrebbero indotto ancora più settori industriali ad adottare quelle modalità organizzative fortemente meccanizzate e altamente produttive che l'industria manifatturiera orientata all'export aveva già fatto proprie (e che settori come l'agricoltura e la distribuzione avevano o stavano facendo proprie in America e in Europa).
 
L'etica del lavoro dei giapponesi sarebbe rimasta viva, era il ragionamento, e l'elevato tasso di risparmio e la bassa crescita demografica avrebbero garantito un vantaggio consistente in termini di intensità di capitale (e dunque di produttività della manodopera), in aggiunta agli altri eventuali vantaggi che potevano emergere nella produttività totale dei fattori. Inoltre, la vicinanza a un enorme bacino di lavoratori a basso costo avrebbe consentito al Giappone di mettere in piedi una divisione del lavoro regionale, profittando pienamente della sua forza lavoro ben pagata e istruita ed esternalizzando i lavori a bassa qualifica, basso salario e quindi bassa produttività verso i Paesi dell'Asia continentale.
Quando il Giappone avrebbe eguagliato e sorpassato americani ed europei in termini di intensità di capitale, competenze industriali e tenore di vita, le attività più redditizie dell'economia mondiale - la ricerca e sviluppo nei settori tecnologicamente avanzati, l'alta moda, l'alta finanza, il controllo delle grandi imprese - sarebbero migrate sempre più verso la Baia di Tokyo.
 
Avendo solo un terzo della popolazione degli Stati Uniti, era difficile che il Giappone potesse diventare la superpotenza economica mondiale. Ma avrebbe colmato quel 30 per cento di divario (a parità di potere d'acquisto) tra il proprio Pil pro capite e quello degli Stati Uniti. Quasi tutti erano convinti che intorno al 2015 il Pil pro capite giapponese sarebbe stato del 10 per cento più alto (sempre a parità di potere d'acquisto) di quello americano.

Non è successo nulla di tutto questo. Oggi l'economia giapponese è circa il 40 per cento più piccola di quanto prevedevano con tanta sicurezza gli osservatori alla fine degli anni 80. La soglia del 70 per cento del Pil pro capite americano che il Giappone raggiunse allora si è rivelata il limite massimo. Da quel momento, la produttività relativa dell'economia è diminuita e vent'anni di malessere economico hanno eliminato le pressioni per un ammodernamento del settore agricolo, della distribuzione e di altri servizi.
Le industrie da esportazione del Giappone hanno conservato il loro vantaggio, ma non hanno attirato, se non in minima parte, altre attività di alto profilo (nella moda, nella finanza, nel controllo delle grandi imprese).
 
Al contrario: a partire dalla fine degli anni 80, l'elevato tasso di risparmio dei giapponesi, invece di essere fonte di forza dell'offerta, è stato fonte di debolezza della domanda, finanziando gli investimenti esteri e il debito pubblico invece di stimolare un boom degli investimenti a livello nazionale che avrebbe potenziato l'intensità di capitale e la produttività della manodopera.
Il Giappone oggi non è un Paese povero, ma per struttura economica e livello di prosperità assomiglia più all'Italia che agli Stati della costa pacifica americana (Washington, Oregon, California).
Sette anni fa, prima della crisi finanziaria mondiale, quasi tutti gli economisti erano del parere che l'attesa convergenza dei livelli di produttività del Giappone con quelli della costa pacifica degli Stati Uniti non era mai stata fondata su solide basi. La cultura giapponese ha prodotto enormi ostacoli all'impiego di metà della popolazione (le donne). E gli interessi radicati degli agricoltori e delle piccole imprese, molto ben rappresentati nello scenario politico nipponico, ha impedito che i meccanismi dell'industria manifatturiera orientata alle esportazioni si estendessero all'economia intera.
 
Il Giappone, è la tesi, era troppo diverso da America ed Europa, sotto molti aspetti, per servire come modello di sviluppo economico. E le aziende manifatturiere orientate all'esportazione, stimolate e guidate dal ministero per il Commercio internazionale e l'industria, non erano il nucleo intorno a cui si sarebbe cristallizzato il resto dell'economia giapponese, bensì un terreno separato e recintato. 
Il tasso di crescita annuo potenziale dell'economia giapponese rallentò quindi di altri due punti percentuali circa all'inizio degli anni 90, mentre il modello di sviluppo del dopoguerra cominciava a perdere slancio. È in buona parte un caso che questo rallentamento sia coinciso con lo scoppio di una bolla speculativa e con una depressione congiunturale che nel giro di pochi anni ha determinato una contrazione della produzione giapponese di circa il 10 per cento, seguita da una ripresa lenta e da un nuovo, e più basso, tasso di crescita potenziale.
 
Dall'ottica degli ultimi sette anni, però, è evidente che tutto questo va riconsiderato. Secondo tutti i dati, la deviazione degli Stati Uniti dal loro percorso di crescita nel lungo termine ha lasciato l'America più povera del 7 per cento oggi (e in un futuro indefinito) rispetto a quello che si prevedeva nel 2007. E questo dando per scontato che si tratti solo di uno shock negativo permanente una tantum, senza ulteriori rallentamenti del tasso di crescita potenziale.
Eppure ci sono motivi per temere che un declino del genere ci sarà: una crescita più lenta significa meno pressioni competitive per una maggiore efficienza; una diminuzione della tolleranza al rischio significa meno fame di innovazione e sperimentazione; e tassi di interesse inchiodati a zero significano che i risparmi della società non possono essere impiegati in modo efficace.
 
Se lo scoppio di una bolla speculativa, in generale ben gestito, in un'economia americana a inflazione bassa potrebbe ridurre in modo permanente la crescita economica potenziale di circa il 10 per cento nell'arco di un decennio, è fuori discussione che lo scoppio, mal gestito, di una bolla speculativa possa lasciare il Giappone, nell'arco di una generazione, più povero del 40 per cento di quanto avrebbe potuto essere?
Una cosa è chiara: gli economisti non si azzardano più a dare per scontato che la tendenza è tendenza e il ciclo è ciclo, e che le loro interazioni reciproche sono sufficientemente limitate da poterle trascurare. È grazie a questo approccio che molti economisti si trovano a vivere in Paesi che sono assai più poveri di quello che loro si attendevano.
J. Bradford DeLong, ex vicesegretario aggiunto al Tesoro, è professore di Economia all'Università della California (sede di Berkeley) e ricercatore associato presso l'Ufficio nazionale di ricerca economica degli Stati Uniti.

Fonte http://www.ilsole24o...uid=AB5iYnt&p=2

Vuoi studiare giapponese? Studialo con GiapponeseOnline.com

- 120 lezioni per un totale di oltre 50 ore di videolezioni!
- materiale cartaceo di oltre 500 pagine!
- community online dove studiare e confrontarsi con i propri compagni!





Also tagged with one or more of these keywords: america, economia

0 utenti stanno leggendo questa discussione

0 utenti, 0 ospiti, 0 utenti anonimi